GINO BRANDI (Giugno 2000)


Nato a Tolentino (MC) inizia gli studi musicali con Amilcare Zanella, perfezionandosi poi con Carlo Zecchi e Alfredo Casella. intraprende giovanissimo (a soli 9 anni tiene concerti nella Sala Grande del Conservatorio di Milano) la carriera concertistica continuando a suonare, in brillante ascesa, per le più importanti istituzioni musicali italiane ed estere riscuotendo sempre e ovunque larghissimi consensi di pubblico e di critica ed eseguendo musiche da camera e d’orchestra, oltre a varie trasmissioni radiofoniche e incisioni su dischi. Partecipa ed ottiene diplomi ai corsi Internazionali per Maestri, tenuti a Lucerna da Geza Anda e Micio Horsowski. Contemporaneamente agli studi classici, si dedica anche,
con Lino Liviabella, a quelli di composizione musicale conseguendone il diploma presso il conservatorio "Cherubini" di Firenze sotto la giuda di Carlo Prosperi.

È Vincitore di premi in numerosi concorsi nazionali ed internazionali: Il Desenzano sul Garda;
di Genova il "Busoni" di Bolzano; "Casella" di Napoli; "Rassegna Concertisti" di Firenze; G.B.Viotti e "Premio Chopin" di Vercelli; "Pozzoli" di Seregno. Nel 1963 risulta primo classificato dei quattro
finalisti al concorso internazionale "Clara Haskil" di Lucerna e l’anno successivo ottiene un Premio speciale quale migliore interprete di musiche spagnole al concorso internazionale "Maria Canals" di Barcellona. È stato chiamato spesso a far parte in giurie di concorsi pianistici nazionali ed internazionali.

Nel 1978, a Firenze, nel Palazzo della Signoria, viene eseguito più volte e da note orchestre il suo Poemetto "Vallecanto" dedicato alle Marche. Nel 1962 vince il concorso per titoli ed esami per la cattedra di pianoforte principale al Conservatorio di Padova, dopo aver insegnato nei Conservatori di Parma e Venezia. Dal 1965 detiene la cattedra di pianoforte principale al Conservatorio "G.B. Martini" di Bologna. Dal 1995 è docente nei corsi internazionali di perfezionamento e interpretazione "Musica e Arte" presso l’istituto Musicale "N. Vaccaj" di Tolentino.

 

Dicono di lui "GINO BRANDI"

CORRIERE ADRIATICO - Giovedì 12 aprile 2001
Maestro Brandi, che musica
... l'eccezionalità dell'artista è passpartout per il composto e soddisfatto pubblico di studenti....
Gino Brandi è temperamento restio, ingenuo, intellettualmente aggraziato, mondanamente schivo: di musica ha vissuto la sua straordinaria parabola umana, che recita rigorosamente l'avventura dell'enfant prodige catapultato sui palcoscenici del mondo, ma mai assorbito da una popolarità temuta più che ambita...
Maria Luana Platania

IL RESTO DEL CARLINO - Domenica 25 marzo 2001
Gino Brandi, ossia la grazia e il genio
...Gino Brandi è un bambino, i suoi settant'anni non lo hanno cambiato affatto. Il candore è rimasto
quello e in questo mondo convulso e tecnologico apparirebbe ancora un pesce fuor d'acqua, se non
fosse che proprio una parte di questo mondo, per rettificare l'intrinseca aridità, ha bisogno della sua grazia, della sua levità, del suo genio...
Mauro Montali

IL RESTO DEL CARLINO - Domenica 25 marzo 2001
È la moglie dell'artista e figlia di Lino Liviabella
E per angelo custode c'è Laura
...L'oggetto del nostro incontro è il maestro Gino Brandi, ma è impossibile non essere catturati dalla grande personalità della moglie...
... è la signora Laura Liviabella, figlia del grande maestro Lino...
Roberto Scorcella

Note sulla produzione pianistica di Lino Liviabella

        Lino Liviabella, pur avendo conseguito i migliori e più felici esiti artistico-compositivi,
almeno a detta della "critica ufficiale", nei generi teatrali ed oratoriali
(cfr.: la tragedia lirica in tre atti "Antigone"; le cantate "Caterina da Siena" e "Sorella Chiara"),
si può con certezza affermare che anche il genere pianistico, sebbene di non vasta produzione,
risulti rilevante ed assai qualificato. Inoltre lo stesso Liviabella, pur avendo coscientemente e
pienamente assimilato la lezione respighiana (del Respighi fu proprio discepolo appassionato e prediletto),
anche ciò secondo affermazione di critica ufficiale (cfr.: i poemi sinfonici: "Monte Mario" e "La mia terra"), riuscì in protrazione di tempo a distaccarsene, nell'acquisizione di una autorità compositiva
sempre più propria e personale.

        Caratteristica precipua e costante del Compositore - in qualsiasi genere musicale - appare
il "melos", ossia l'inclinazione innata e spontanea al canto, alla valorizzazione della melodia, anche se trasformata, offuscata e resa implicita spesso da cauti e prudenti modernismi, basati su modelli di bi-politonalismo, mai trascendenti la soglia ed il limite della tonalità tradizionale (Liviabella ha sempre
rifuggito il demone schönberghiano del serialismo atonale, ossia del linguaggio dodecafonico).

        Accanto alla valorizzazione melodica c'è anche quella timbrica, ossia non tanto del suono quanto
del colore del suono: in tal senso Liviabella può ritenersi erede dell'impressionismo francese:
debussyano e ravelliano, ma anche qui con il filtro di connotazione della propria personalità.

        La produzione pianistica liviabelliana non è tanto quantitativa quanto qualitativa.
        Opera superba, per costruttività formale, ampiezza di respiro e sopratutto ispirazione creativa,
nel suo tema di sapore franckiano (suggerito dal pianista Carlo Morozzo della Rocca) appare il "Tema, variazioni e fuga", la cui fuga nasce dallo stesso tema nella divisione ritmica originaria trasformata: da tempo dispari in tempo pari.

        La seconda opera, degna di rilievo per ispirazione e per sapienza tecnico-strumentale,
è "Il Presepio", improntata altresì al carattere mistico-religioso dell'Autore.
Apparentemente frammentaria, nella sequenza logico-espressiva dei vari brani, risulta tuttavia unitaria e ben costruita nel suo carattere generale. Interessante la spontanea e naturale utilizzazione dei diversi "intervalli melodici" ricorrenti in ciascuno dei singoli brani componenti il Presepio: le terze (fluide e scorrevoli) ne "Le stradine d'argento"; le seconde (dissonanti e soavi, ad espressione del belato) ne
"La pecorella"; gli intervalli misti: di quinte e di terze (per esprimere la vivacità e chiassosità dei giuochi)
ne "I bambini", di sapore quasi stravinskijano; le quinte (vuote ed arcane) culminanti nella luminosa cadenza caudata ne "La stella cometa"; le ottave (cupe e pesanti nella loro gravissima timbrica
strumentale per esprimere il faticoso e lungo cammino verso la sacra capanna) de "I Re Magi";
infine le quarte (astrali ed aeree nel loro laudativo antico canto: "Tu scendi dalle stelle") ne
"La Ninna nanna della Madonna", la cui conclusione rappresenta la sintesi rievocativa di tutti i temi precedenti.        

Altra opera appare i "Tre preludi", ispirati al poema letterario "Miti d'acqua" di Mario Rivosecchi.
La loro veste risulta debolmente pianistica, ma piuttosto strumentale ed incline ad effetti orchestrali.
Suddivisa in tre tempi, o meglio tre titoli letterari (trattandosi di musica "a programma"): "Silvano e Aretusa" di sapore impressionistico-debussyano; "L'attesa", basato su un mero effetto timbrico,
su cui si vitalizza un ispiratissimo tema nostalgico di natura poeticamente romantica;
"La riverenza della regina", basato su una ritmica fantasiosa e brillante, che assurge nella sua
perorazione finale ad una freneticità baldanzosa e maestosa.

        Segue "Tre giorni", preludi anche questi titolati, ma di personale ispirazione e comunque programmatici e descrittivi: "Un giorno di pioggia", "Un giorno tristissimo", "Un giorno di festa".
In questo trittico di squisita fattura musicale, il linguaggio liviabelliano diviene più evoluto ed ardito, attraverso le dissonanze più accentuate e provocanti, che non tradiscono però mai il
concetto del "melos", cioè la valorizzazione e preminenza del canto e della linea melodica su quella armonica. Anche qui la veste strumentale ha la decisa priorità su quella pianistica.
Nel "Un giorno di festa" riecheggiano, trasformati dalla personalità dell'Autore, i ritmi stravinskijani,
in una costante e persistente esaltazione.

        Una composizione di veste preminentemente pianistica - a differenza della maggior parte
delle altre - appare la "Sonata breve" (Titolo originario "Sonatina") di impronta o linguaggio bartókiano,
per il carattere secco e percussionistico, ma di veste e sensibilità armonica liviabelliana.
Nell'arco complessivo dei tre tempi (di evidente struttura e forma classica: bitemnatica-tripartita) rappresenta una vera "apoteosi del ritmo", nelle sue più svariate articolazioni: dall'aggravamento alla diminuzione, dalla disparità o contrasto ritmico all'asimmetricità (data quest'ultima dal continuo e
costante mutamento e instabilità dei tempi) con prevalenza dell'intervallo armonico di quinta, nelle sue diverse specie: giusta, eccedente, diminuita. Nel primo ed ultimo movimento, il disegno ritmico
della mano sinistra si manifesta quasi un "basso ostinato" il quale nel finale diviene un'autentica,
felicissima parodia umoristica del booge-woogie".

        Altra opera, assai rilevante ed impegnata, sia sotto l'aspetto virtuosistico che musicale, è indubbiamente il "Poema per pianoforte e orchestra", che altro non è (anch'esso per la struttura classica, ma con esclusione dei singoli tempi, trattandosi di un unico movimento) che un "Concerto" di vaste proporzioni e dimensioni, per ampiezza di respiro melodico e per felice inventiva ed ispirazione: anche
se di concezione più "concertante" (il pianoforte quasi strumento d'orchestra) che "solistico", tuttavia il solista resta ugualmente il "principe", per sorta di dialettica e conflittualità fra l'elemento orchestrale e quello pianistico.
Sapientissima e ricca di effetti sonori l'orchestrazione. Il secondo tema, di elevatissima e mistica ispirazione, rievoca il "melos" quasi gregorianizzante, di sapore respighiano.

        Tra le composizioni di piccolo taglio, non si può fare a meno di menzionare:
"La giornata di Lucio" (Lucio figlio maggiore del compositore), suddivisa in quattro brani ispirati
al mondo infantile: "Lucio si sveglia" (con la didascalia dell'Autore: come "leggero carillon");
"Lucio studia" (esercizi pianistici, basati sui "martelletti" e sulle cinque dita per mano destra e sinistra, infine per moto contrario); "Lucio gioca" (a conclusione del giuoco, come spossato e stanco,
emette uno sbadiglio e si stende sul divano); "Lucio ha sonno" (breve nenia o cantilena
accompagna il suo sogno).

        Composizione analoga alla suddetta, ma ancora più microscopica e polverizzata sempre nel
mondo dell'infanzia è la "Suite-giocattolo" proprio per bimbi piccolissimi, concepita non solo a due mani, ma anche a tre e quattro mani e perfino "in braccio all'insegnante" (cfr. "Cucù", suonato dall'allievo come parte centrale delle due parti estreme: acuto e grave, suonate dall'insegnante:
concezione proprio originale e inconsueta!

        Singolare menzione spetta alla fiaba musicale "Riderella", concepita nella sua versione originale a quattro mani (trascritta anche per orchestra dall'Autore). Di gusto tipicamente francese e propriamente ravelliana, rievoca l'omonima fiaba "Ma mère l'Oye", per il raffinatissimo e sottile senso armonico, aleggiante la più vaga trasognata poesia, ma altresì e soprattutto per quell'accentuato ed esteso "melos" liviabelliano, ossia quell'acceso ed intenso desiderio di canto, prevalente in ogni singolo brano di questa suggestiva e bellissima suite fiabesca, corredata anche da una necessaria ed efficace "voce recitante". Trattandosi poi di un "descrittivismo programmatico" ecco i necessari titoli esplicativi: "Il ruscello",
"La fuga nel mare", "La città azzurra", Il pianto di Riderella" (splendida ed ispirata monodia, pervasa dall'intimistico e poetico senso nostalgico!), "La pietà del sole", "Il ruscello".

        Infine il  Compositore si è inoltrato, assai felicemente nel "folklorismo" nel dare sfogo pianistico
(ma in realtà piuttosto musicale-strumentale, eccezione fatta per il "saltarello" conclusivo "La castellana") alla composizione: "Rapsodia picena": una  serie di temi e canti dialettali della propria terra marchigiana, rielaborati ed armonizzati con la raffinata sensibilità e gusto armonico dell'Autore: dal canto natalizio iniziale: "Natu, natu Nazzarè" (Sanseverino), seguito da Ffacciate alla finestra, Luciola" (Petriolo),
al "Canto "a vatoccu" prolungato" allo "Stornello" (Senigallia), al "Candu dello vatte" (Fermo),
a "La vella lavandirina" (Petriolo-Macerata), al "Canto a "fienatò" (Corridonia), fino all'esultante ed esaltante saltarello finale, temporaneamente spezzato dalla breve rievocazione di temi precedenti: una autentica rapsodia, con alternanza di stati d'animo ora lirici ed ora drammatici, in un'onda musicale
e di affascinante attrattiva.